
Il cyberbullismo in Italia riguarda oltre un milione di adolescenti. I comportamenti tipici si sono adattati alla pervasività degli strumenti digitali. Si registrano quindi insulti, diffusione non autorizzata di foto o video, esclusione dai gruppi online e campagne di denigrazione sui social e in generale sui canali web e talvolta le manifestazioni d’odio e violenza si manifestano anche offline.
In questo articolo facciamo il punto sull’evoluzione del fenomeno, partendo dai dati più recenti, e proponendo esempi virtuosi a contrasto.
Evoluzione e ampiezza del fenomeno
I dati più recenti sul cyberbullismo di Espad e del CNR rilevano che nel 2024 quasi il 47% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver subito episodi di cyberbullismo, con più di un milione di giovani coinvolti, valore in aumento rispetto alle rilevazioni precedenti.
Parallelamente, gli autori di atti offensivi online non sono un gruppo minimo: circa il 32% degli adolescenti dichiara di aver compiuto almeno una volta comportamenti riconducibili al cyberbullismo, con una quota significativa di giovani che ricopre il duplice ruolo di vittima e aggressore, con quasi il 23%.
Le indagini ISTAT condotte su adolescenti e preadolescenti tra gli 11 e i 19 anni, indicano che tra le forme indirette più frequenti di cyberbullismo spicca l’esclusione/emarginazione che è avvertita almeno una volta dal 43% dei giovani.
Comportamenti tipici e dinamiche
Il cyberbullismo include una gamma di condotte: insulti e minacce via chat o social, diffusione di contenuti intimi senza consenso, creazione di profili falsi per deridere qualcuno, diffusione di false voci e campagne coordinate di esclusione digitale.
Queste azioni sono spesso ripetute nel tempo e amplificate da spettatori che commentano o rilanciano i contenuti, rendendo il danno psicologico più duraturo e visibile.
Studi condotti dal CNR sottolineano che il fenomeno è “capillare” sul territorio nazionale e che fattori sociali, come tolleranza a discriminazioni, modelli relazionali familiari e consumo di sostanze, influenzano sia la probabilità di essere coinvolti sia le modalità di intervento necessarie.
Chi sono le vittime e gli autori
Le rilevazioni più recenti mostrano una tendenza a cambiamenti di genere nella vittimizzazione: mentre in passato le ragazze risultavano più frequentemente vittime di cybervessazioni, il 2024 registra una crescita degli episodi riferiti anche dai ragazzi, riducendo le differenze di genere nelle vittimizzazioni.
Allo stesso tempo emergono gruppi particolarmente vulnerabili, come i preadolescenti, i giovani provenienti da contesti con scarsa rete di supporto e i ragazzi con identità di genere o orientamento sessuale non conformi, che subiscono attacchi motivati da caratteristiche personali.
Il cyberbullismo non risparmia neanche le persone più influenti o che hanno un percorso di vita diverso dai soggetti sopraelencati: un esempio è la storia della principessa Alexia dei Paesi Bassi che ha raccontato ai giornali la sua brutta esperienza con gli hater online.
Impatto sulla salute mentale
Le conseguenze del cyberbullismo provocano nei soggetti più vulnerabili isolamento, ansia, depressione e riduzione del rendimento scolastico.
Questi sono tra gli effetti documentati che possono persistere nel tempo, soprattutto quando le condotte sono ripetute e quando manca un intervento tempestivo.
La presenza online continua inoltre fa sì che le vittime non abbiano quasi mai una “pausa” dagli attacchi, con impatto sulla qualità del sonno e sulle relazioni sociali.
Strumenti di prevenzione e intervento
Per intervenire in maniera efficace nel contrasto al cyberbullismo, è fondamentale intervenire innanzitutto sulla prevenzione e attivare politiche di intervento con consapevolezza.
Una prevenzione efficace combina educazione digitale, politiche scolastiche chiare, formazione del personale e coinvolgimento delle famiglie.
A livello istituzionale, campagne di sensibilizzazione e protocolli scolastici sono stati potenziati, ma resta centrale l’azione locale e la formazione specialistica dei mediatori.
Quando i genitori dei ragazzi autori delle condotte denigratorie non si rendono conto del problema, allora anche il consultorio scolastico può rivelarsi utile, così da scongiurare risvolti ancora più negativi nei conflitti.
Va da sé che i mediatori devono possedere una preparazione adeguata per poter gestire un fenomeno di tale portata e che interessa principalmente l’età giovanile, ma il titolo triennale o anche la laurea magistrale in psicologia, da seguire anche online in atenei come Unicusano, potrebbero non bastare senza una lunga esperienza su un campo tanto delicato e, purtroppo, così poco attenzionato.
Esempi di buone pratiche
Progetti riusciti combinano formazione degli insegnanti, percorsi di educazione digitale per gli studenti e spazi di ascolto aperti ai genitori.
Tra le soluzioni risultate più efficaci per ridurre la portata di questo fenomeno ci sono l’introduzione di tutor peer-to-peer e interventi psicosociali mirati.
La collaborazione tra scuole, servizi sociali e forze dell’ordine è inoltre fondamentale quando le condotte assumono carattere penale o quando è necessario proteggere la sicurezza della vittima.




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